La pratica di Erica Garbin si configura nello spazio interstiziale tra l’attitudine nomadica e un necessario radicamento temporaneo, dove i paesaggi arborei delle sue tele smettono di essere solo un oggetto da rappresentare per diventare un contesto da attraversare, esperire, vivere.
Gli ambienti scelti dall’artista per la sua ricerca sono distanti geograficamente e culturalmente, ma li connota un sistema di memorie e narrazioni frammentate, spesso marginale da una retorica dominante, lineare e omologata. All’osservazione segue il ricamo che, espropriato della sua originaria funzione di mero decoro, diventa lo strumento per restituire impressioni sensibili ed emozioni situate in una cartografia esperienziale. Partendo da un’impostazione fortemente mimetica nei confronti del paesaggio, l’artista sviluppa negli anni un alfabeto muto fatto di linee e punti. Il gesto rende permeabile il confine tra ricerca artistica e scientifica, assumendo la raccolta e registrazione di dati come propria controparte metodologica e traducendo in segni modulari l’intensità qualitativa del vissuto.
L’atmosfera scenografica enfatizza la configurazione delle opere sospese nello spazio, in cui la deformazione dei profili delle tele disegna confini immaginari di un arcipelago attraversabile. L’ambiente installativo fluttuante trasmette la delicatezza dell’incontro con l’alterità che si svolge nell’interstizio tra luci e ombre. Ne risulta una geografia sul confine tra familiare e diverso sostando dove la prossimità fisica ed emotiva non risolve la distanza, ma ne rivela la complessità.


